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I mulini e le fucine del rame

I mulini e le fucine del rame

A monte del Capoluogo, dalla località Sommavilla e fino alla parte bassa del paese, in prossimità del corso della cosiddetta "Roggia delle Fucine" o "Roggia del Mulino", già dal 1500 erano attivi alcuni mulini per la macina dei cereali e diverse fucine per la lavorazione del rame, laboratori artigianali che hanno continuato la loro opera nei secoli. In due consegnamenti del 25 giugno e 6 luglio 1583 troviamo: "…nel piano di Sparone a presso le fucine di Dominico Riva" ed ancora "…nella Villa di Sparrono, loco detto il Maglietto, una fusina, molini et orti, con suo salto…". Il Casalis, nel 1850, nel suo "Dizionario degli Stati Sardi" annota che "in Sparone, sotto la francese dominazione eravi una fonderia, ove si facevano palle da cannone, ed altri oggetti da guerra…".

Fucina GiovandoNei secoli successivi gli opifici hanno continuato la loro opera; ancora nel 1933 erano attive, alimentate dalla forza dell'acqua della roggia del Mulino, ben dieci manifatture: 1) fucina degli Eredi Panieri detta comunemente "La Fusina"; 2) mulino di Chiantello Giovanni poco sopra la chiesa di Sant'Antonio; 3) fucina di Algostino Giovanni, poi di Aimonetto Giuseppino, poco sotto la chiesa di Sant'Antonio; 4) fucina di Costa Giovanni, poi di Giovando Bruno; 5) fucina di Costa Giuseppe, poi di Costa Placido al Fôrnët; 6) officina di Picco Giovanni e Francesco, poco sopra Piazza Obertino; 7) molino di Costa Masser Teresa in Castagnetto in Piazza Obertino; 8) mulino di Riva Roveda Ernesto in Piazza del Ponte; 9) officina segheria di Picco Francesco al Parour; 10) officina di Magnin Prino Giuseppe alla Gera del Mulino.

Fucina AimonettoLe fucine avevano le pareti fuligginose, le forge venivano attivate da lunghi e sinuosi condotti d'aria formata dalla caduta dell'acqua, la cosiddetta "tromba idroeolica", dove nella "tina", per la caduta verticale dell'acqua, si formava l'aria utilizzata per fomentare i carboni ardenti. Lo spettacolo diventava unico: il rame fuso nei crogiuoli vestiva un colore rosso, cinto da infinità di scintille; quindi con un grosso mestolo lo si versava in tante coppelle di terra refrettaria. Il "magnin" o ramaio, pronto, cospargeva di sabbia le formelle ed appena solidificate le passava al compare, accovacciato accanto al maglio a "testa d'asino" con i piedi avvolti da stracci imbibiti di acqua mescolata a terra refrattaria per eludere il calore. Quindi il calderaio azionava il maglio a "testa d'asino", dando libero sfogo alle acque della roggia derivanti dal vicino torrente Ribordone. Il maglio, portentosa e enigmatica macchina empirica, colpiva ad intermittenza il terreno con la sua testa appuntita ed il "magnin", munito di pinzacce, faceva ruotare il pezzo ancora caldo, dandogli la forma voluta. I manufatti ridotti ad un certo spessore erano poi ribattuti a vari fogli insieme per venire a formare i pezzi grezzi, che attraverso le ingegnose mani dei battitori si trasformavano in pregiati lavori a sbalzo.

Fucina GiovandoNon sorprenda il fatto che gli artigiani della Valle dell'Orco siano riusciti da centinaia di anni a creare un sistema tanto ingegnoso quanto semplice, sfruttando l'aria e l'acqua per ottenere altissime calorie per la fondita e sufficienti energie per azionare magli pesantissimi; questa è gente che ebbe da tempi immemorabili dimesticatezza con i metalli.
Già intorno all'epoca romana si ha notizia dello sfruttamento di miniere, specie nella zona di Ceresole. Il Pagliotti, nella sua storia di Cuorgnè edita nel 1906, sostiene che i Romani s'avvidero ben presto quale fecondissima sorgente di risorse offrivano le miniere che abbondavano nei prospicienti valloni della Soana e dell'Orco... Valli ricche a quei giorni di miniere non solo di ferro e di rame, ma ancora d'argento e d'oro... Quindi posero una corte di giustizia, detta Curtis Canava (l'antica Cuorgnè), il cui centro si abbellì di nuovi stabilimenti metallurgici costruiti con arte non comune in quel tempo...


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