Miti e leggende

Da "Passeggiate nel Canavese"

di Antonino Bertolotti (1872)

Sparone - Qual italiano, un po' erudito, al nome di Sparone, non rammenta un bel fatto italiano! Il castello di Sparone fiaccò l'orgoglio di un imperatore.

Con piacere io peregrinava fra quelle aspre rupi, le quali quasi mi facevano pensare che il nome di Sparone potesse essere venuto dall'asper latino; però, meglio ripensando, parvemi invece che esso venisse dalla forma delle fortificazioni del suo castello, detto Motta, nome significante appunto un'altura coronata da rocca. Oggidì le rovine sono dette Castello di Santa Croce, da un'antica cappella, già primitiva parrocchia di Sparone, con tracce di architettura gotica.

Giunsi sull'alto poggio, ove trovansi dette rovine, fra cui mi aggirai, rammentando le antiche vicende. Vidi colà un vecchio magnano, intento a farsi un fascio di secchi ramoscelli, il quale mi interrogò se voleva comperare una buona carrata di legna di faggio vecchio.

- Buon uomo - risposi - io non compero che vecchie carte o istorie antiche.

Mi guardò stralunato e poi, dimenando il capo, quasi avesse avuto a male le mie parole, disse:

- Non derida i vecchi..

- Tutt'altro! Sono il mio amore...

Si allontanò di malumore borbottando; così che, per non lasciarlo con una cattiva idea di me, lo pregai di fermarsi, e lo convinsi sullo scopo della mia comparsa fra quelle macerie, invitandolo ad essermi cicerone. Allora mi notò che si credeva esservi fra quelle rovine una cisterna foderata di rame, di cui molti indarno fecero ricerca, fra cui il signor Prevosto. Si rinvenne in vece una moneta enea di Nerone, ed una punta di saetta in ferro.

Mi fece vedere tracce di comunicazione col castello di Pertica su altra rupe, e notò di più che, secondo la tradizione, doveva esservi pure collegamento coi castelli di Ferranda e Tellario in Pont.

Egli, come tutti i popolani dei dintorni, e potrei forse anche dire di tutto il Canavese, sapeva che Ardoino aveva sostenuto quasi per un anno assedio nel castello di Sparone, e che l'imperatore Enrico aveva dovuto ritirarsi senza aver potuto prendere il suddetto castello.

[omissis...] Con orgoglio patrio il mio magnano narrava che Ardoino, uscito di Sparone, fugò i Tedeschi, rimasti in Italia, magnificando le imprese, come guerriero e poi come monaco nella Badia Fruttuariese, ove finì.

[omissis...] Il povero magnano ricordava per tradizione la rivoluzione popolana; ed interpellato sui tempi del Governo francese, m'informava che allora in Sparone si costruivano palle da cannoni ed altri oggetti guerreschi, per impresa del signor Podio di Salto, che vendè poi il forno al signor Signorelli.

[omissis...] Il vecchio narravami che nella montagna Mares sonvi buchi e tortuosi antri, che si credono pieni d'oro e di rame; ma oltre essere inaccessibili per l'acqua stagnante, sono guardati.

- Da chi? - domandai.

- Chi può saperlo? Si odono colà rumori sordi...

- Saranno cascate d'acqua interne o crepacci del monte, in cui sibila il vento.

- Sarà!... Ma io né altri ci vorremmo andare dentro sicuro...

Seppi poi che si credeva buonamente che in quella vetta vi fosse la tregenda.

Lo misi allora su tale terreno, e conobbi che in Sparone vi erano le superstizioni della valle di Soana; credevasi specialmente alla comparsa dei morti. Si fanno la veglia ed il pasto dei morti; non vi è però il pianto pubblico. Nella notte del giorno dei morti le famiglie si fanno delle visite reciproche, consumando minestre di riso o castagne.

Altro soggetto, che pure il buon uomo trattò a lungo, furono le inondazioni, di cui è spesso vittima il comune. Fra esse va notata quella del 13 agosto 1850, per la quale varie case furono schiantate e cinque o sei furono i morti. Una sottoscrizione pubblica, iniziata dal giornale del Circondario, vi portò qualche soccorso. Tolsi congedo dal buon vecchio, per portarmi al villaggio, dominato dal poggio su cui mi trovava, il quale domina pure il passo della vallata dell'Orco.

Dal libro "Vasario nostro - 1990

"Fantasia e leggende..."

Sabba di stregheParlando di fenomeni soprannaturali sono numerosi gli episodi e le leggende sulle "Masche" o streghe che disponevano appunto di poteri soprannaturali e avendo "venduto l'anima al diavolo" (questa era l'espressione usata) erano costrette a fare del male. Proprio sulle cime delle montagne di Vasario si trova il "Pian delle Masche" luogo di raduno ove pare esse celebrassero i loro sabba (*).

Alcune donne anche a Vasario erano considerate masche; se ne aveva timore e molti eventi tragici venivano ad esse attribuiti: si racconta soprattutto di neonati che piangevano ininterrottamente e di mucche che non riuscivano a partorire per opera di queste donne malvagie.

Altri spiriti che incutevano terrore erano i "Picaminor"; si narra che le miniere fossero sorvegliate da piccoli uomini che custodivano i tesori in esse nascosti, e dobbiamo ricercare le origini di questa leggenda nella personificazione dei gravi pericoli del lavoro in miniera, creata nel corso dei secoli dalla fantasia popolare.

 

Spiriti magici, non umani, erano poi la "Faja" e " l'Om Selvaj". Secondo il Bertotti, nei suoi "Documenti di storia canavesana", la leggenda della "Faja", diffusa in tutto il Canavese, ha origini pagane e la si può identificare come una delle numerose sacerdotesse celtiche addette al culto della loro divinità. Esse davano consigli sulla salute e sul bestiame, pronunciavano profezie ed erano quindi considerate depositarie di scienze magiche.

La "Faja" di Vasario viveva alla località Gavarsa vicino alla Caramia: era immaginata come una donna con i piedi di cavallo e si dice che avrebbe insegnato ai pastori il metodo per ricavare l'olio e la cera dal siero del latte se questi non avessero avuto avversione per lei e non l'avessero derisa. Rapiva i bambini per cibarsene ed è estremamente interessante una storia in particolare, non riscontrata in altre frazioni, in cui si racconta che alcuni bambini rapiti riuscirono a fuggire aggrappandosi al ventre delle pecore che la Faja portava al pascolo, allo stesso modo in cui l'eroe omerico Ulisse riuscì a sfuggire con i suoi uomini al ciclope Polifemo.

Le nonne raccontavano ai nipotini che la "Faja" per stendere il bucato tirava un filo da Gavarsa sino a Cima Piatta e che i buchi presenti su una parete di roccia in località Crus di Sotto, siano stati fatti dalla "Faja", che ci picchiò contro il capo per la disperazione di aver perso i suoi "Fajot", cioè i suoi bambini, umanizzandola quindi, miscelando in essa malvagità ed amore materno.

Il masso della "Faja" presenta una serie di fori simmetrici ed ha da sempre costituito un mistero; degli studi approfonditi potrebbero spiegare la loro origine: se le cavità non fossero di carattere naturale si potrebbe anche presumere che sia un'antica testimonianza pagana, proprio per il collegamento che la tradizione popolare ne ha sempre fatto con la "Faja" e avvalorare ulteriormente la nostra ipotesi circa i primi insediamenti avvenuti in epoca precristiana, sostenuta anche dalla presenza così viva di questa leggenda nella nostra frazione, insieme a quella dell'uomo selvatico che è comune a molte vallate canavesane.

L'uomo selvatico era considerato un abilissimo pastore e si può in esso intravedere un discendente di antichi semidei pagani, sovrani dei monti e dei boschi. Le versioni sono molteplici; l'uomo-selvatico di Vasario risiedeva alla casa di Pramusa, sopra il Vernai, era un uomo molto vecchio, pesantemente vestito (mentre in altre zone veniva descritto solo coperto da una folta peluria).

Aveva insegnato ai pastori la preparazione del burro, possedeva mucche, capre e molti animali addomesticati, dava consigli su come curarsi con le erbe di cui conosceva perfettamente ogni proprietà. Non temeva né la pioggia né la neve, ma aveva paura del vento. Si diceva che rapisse le ragazze e siccome era molto forte, i giovani dovevano faticare molto per liberarle. Raccontava di essere tanto vecchio da aver visto per sette volte cambiare la campagna ed il modo di coltivarla: sette volte la valle era stata prato, sette volte campo, sette volte bosco, quindi abbandonata.

In epoche più recenti un'altra fata spaventava i bambini vasariani, la "Dandarua". Essa risiedeva alla Coste e la sua origine si deve al fatto che alle Coste risiedeva il messo controllore. Affinché i bambini non si allontanassero e non andassero chiacchierando innocentemente sulle proprietà della famiglia e sul numero effettivo dei capi di bestiame, venivano appunto spaventati e tenuti lontani dalla casa delle Coste con favoleggiamenti su questa terribile maga o fata che li avrebbe invitati a casa sua per mangiare il risotto, ma che poi li avrebbe catturati e non più rilasciati; i bambini ne erano terrorizzati e stavano ben lontani da quella casa.

La fantasia popolare intravedeva in ogni evento apparentemente al di fuori della norma, anche a causa delle inesistenti conoscenze scientifiche, dei fenomeni soprannaturali.

I fuochi fatui erano, ad esempio, il presagio di una prossima morte del proprietario del terreno sul quale si verificavano. A Vasario inoltre il presagio della morte era annunciato dal grido stridulo e terrificante di un animale chiamato "Sgarìa" che alcuni asserivano di avere visto e descrivevano come formato da due sfere di pelo che anziché correre rotolavano su se stesse. La presenza del maligno e del soprannaturale era comunque sempre presente nella vita quotidiana e leggende, miti, fantasie e immaginazione, superstizione e creduloneria formavano un fittissimo intreccio dove certezze ed incertezze rimanevano in un bilico enigmatico in una ricerca continua dell'essenzialità della vita.

(*) secondo la credenza popolare la sabba era una società di diavoli o streghe che si davano convegno o andavano in giro di notte a fare la ridda, un'antica danza degli spiriti infernali o simili molto celere, che si faceva girando in tondo e cantando.